venerdì 7 agosto 2020

Il tuo ultimo sguardo

Gianni Nigro, Il tuo ultimo sguardo, Edizioni Etabeta, Lesmo, 2019, pagg.286, €.18,00

Gianni Nigro è uno scrittore di talento, ma non prolifico. Dopo due libretti di racconti, pubblicò un bel romanzo giovanile, “La mia ragazza è una drogata”, che ebbe molto successo e una seconda edizione.

Dopo parecchi anni, un’altra raccolta di racconti. In seguito ha pubblicato dietro ordinazione una serie di testi di didattica informatica. Finalmente, quest’anno, un nuovo romanzo, "Il tuo ultimo sguardo".

È una storia affascinante, un intrigo surreale nel quale la vita e la morte si intrecciano: i vivi certe volte non sono proprio vivi, i morti non proprio morti. Tutti i personaggi hanno sentimenti forti e profondamente umani, anche quando umani non lo sono più. Il protagonista è Ned, un uomo non più giovane ma neanche vecchio, al quale, dopo il suicidio per amore, è stata concessa una seconda possibilità di vita. Questa volta saprà sfruttarla a piene mani: avrà un nuovo amore, profondo e gratificante; con la nuova compagna compirà lunghi viaggi per il mondo, dall’Argentina alla Svezia, anni vissuti intensamente con tutta la bellezza e la gioia del viaggio e delle scoperte, ma anche rallegrati da tutti i piaceri della vita, i cibi saporiti di ogni regione, i cappuccini, la birra, il sole a mezzanotte delle notti nordiche.

Ma non solo; nella vita precedente Ned aveva avuto un rapporto difficile, conflittuale, col padre. Un padre famoso, intelligente, attaccatissimo al figlio ma prepotente e iracondo. Morto da molti anni, ma qui, dove i morti non sono mai del tutto morti ma possono interagire coi vivi, c’è la possibilità di ricostruire col figlio un rapporto affettuoso e rasserenato.

Un romanzo difficile, infine, ma di grande originalità. Ci lascia stupiti, e affascinati da questa avventura straordinaria che è la vita, strettamente intrecciata con la morte non solo nel romanzo.

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martedì 30 giugno 2020

La bottega delle donne


Giovanna Capucci. La bottega delle donne,Edizioni Pendragon, Bologna, 2020, pagg.212, €15.

Giovanna  Capucci ha iniziato a scrivere come poetessa. Ha pubblicato libri di versi molto belli, ha ricevuto apprezzamenti e riconoscimenti. Ma la poesia non le bastava: dotata di fervida fantasia, le piaceva inventare storie soprattutto di donne, e ha iniziato a scrivere e pubblicare romanzi. Abbiamo apprezzato nella sua scrittura una crescente maturità e uno stile sempre più fluido e avvincente. Gli ultimi suoi romanzi, Viola d’amore, Madre per sempre e La bottega delle donne, sono uno più bello dell’altro.
Stavolta, ne La bottega delle donne, la scrittrice ci narra un periodo della vita di Camilla, signora della buona borghesia milanese. Un periodo che inizia con la separazione dal marito fedifrago, la solitudine, l’inquietudine. Non è però una povera moglie abbandonata: Camilla è ancora giovane e piena di vita, gestisce con passione il suo negozio di abiti e oggetti esotici, ha le sue amiche, le piace viaggiare. Nel libro troviamo  descrizioni affascinanti come quella di Agadir, splendida città marocchina in riva all’Atlantico, e nitide pennellate dei suoi soggiorni a New York, Nizza, Madonna di Campiglio. Camilla cerca di riempire la sua vita con il lavoro, le amicizie, i viaggi, e i soggiorni estivi  a Tellaro coi genitori. Ma c’è dentro di lei una inquietudine, e mancanza di serenità, che avrà un culmine nell’intervento chirurgico verso la fine della storia. Ma, come può succedere nella vita, questa sarà anche l’occasione per un incontro felice che le restituirà equilibrio e serenità.
Chiudiamo il libro anche noi rasserenati, perché abbiamo sofferto le traversie e la complicata vita interiore di questa affascinante protagonista. L’autrice è infatti riuscita a farci amare la sua Camilla, approdata finalmente in un porto sicuro, al riparo dalle tempeste e dall’infelicità.

mercoledì 12 febbraio 2020

Mondi perduti: il genocidio degli indiani d'America


Mondi perduti. Una storia dei nativi nordamericani, 1700-1910 (Einaudi, 2019) di Aram Mattioli, è un libro i cui contenuti, per certi versi, sono davvero strazianti. Si racconta infatti del tragico declino degli indiani d’America durante la progressiva espropriazione dei loro territori, culminata con la conquista del west, con le sue immense pianure, che tante pellicole cinematografiche hanno celebrato nel secolo scorso, raccontando di un periodo certamente leggendario, senza mai considerare le ragioni dei vinti.
L’autore, docente di storia contemporanea all’Università di Lucerna, ripercorre con dovizia di particolari i duecento anni che hanno segnato la fine della civiltà indigena americana, non solo per mano dei coloni, che sempre più numerosi invasero quelle rigogliose terre in cerca di un sogno, ma anche e soprattutto per l’intransigenza dimostrata nei loro confronti dai governi  delle colonie americane, una volta liberatesi dal giuoco di inglesi e francesi. I dettami predicati dai padri costituenti, impressi a chiare lettere fin dal 1789 («Tutte le persone sono uguali davanti alla legge e beneficiano egualmente del diritto alla protezione da essa fornita...») e coscienziosamente ratificati dagli stati federati, servirono sì da modello per molte altre democrazie ma non furono certamente pensate per i nativi ‘selvaggi’, che furono sempre considerati appartenenti a una razza inferiore rispetto ai bianchi colonizzatori. Come sostenne in una circostanza il generale Philip Sheridan: «L’unico indiano buono che conosco è un indiano morto».
Questo razzismo strisciante ma non tanto, considerate le dichiarazioni pubbliche dei presidenti che si alternarono nel periodo in riferimento (che l’autore non manca di trascrivere diligentemente), i quali curarono fra l’altro e soprattutto i propri interessi poiché proprietari di aziende e possedimenti, fu la causa della rovina degli indiani d’America, in un tragico susseguirsi di eventi (certamente non solo l’usurpazione dei territori e delle risorse naturali), che ancor oggi gli americani, probabilmente per un senso di profonda vergogna, faticano a chiamare con il vero nome: genocidio. Di questo si trattò, aggravato anche dalla successiva pratica dell’etnocidio, cioè la distruzione sistematica, in tutti i modi possibili, della cultura degli indigeni per assimilarli sempre più al mondo ‘civilizzato’ che stava nascendo.
Il libro è anche ricco di riferimenti bibliografici, per chi vorrà approfondire qualche questione specifica di suo interesse.
Mattioli è un ottimo divulgatore, che riesce a districarsi più che bene in una tematica dibattuta solo da pochi decenni, la cosiddetta ‘questione indiana’, da quando cioè la storiografia ha reso finalmente giustizia ai popoli nativi – ormai, a quel che ne resta -, che a questo punto non sapranno davvero che farsene, di questa tardiva revisione dei fatti.